1989–1990

XXII EDIZIONE

15 Luglio - 2 Settembre 1989–1990

BIENNALE DI ARTE E CRITICA D'ARTE. MORALITÀ DELL'IMMAGINE

Sag­gio ined­i­to e rasseg­na col­let­ti­va Moral­ità dell’immagine. Pit­tori ital­iani non effimeri, a cura di Gior­gio Seveso.

Una mostra di pit­tura col­let­ti­va ben di rado è casuale. I diver­si artisti che vi sono con­vo­cati rap­p­re­sen­tano, tut­ti assieme, qual­cosa che difat­ti va oltre le loro sin­gole pre­sen­ze o tes­ti­mo­ni­anze indi­vid­u­ali, che pure sono deter­mi­nan­ti, per con­cor­rere nelle loro affinità e dif­feren­ze a definire col­let­ti­va­mente la ragione o il por­ta­to di una tesi, la gius­ti­fi­cazione e l’e­s­plic­i­tazione di un “con­tenu­to” pre­ciso di ordine esteti­co, poet­i­co o gener­i­ca­mente cul­tur­ale.
Cer­to vi sono dei casi, tut­tavia, in cui ciò non accade, in cui cioè l’assem­blag­gio delle pre­sen­ze avviene per meri motivi d’or­dine geografi­co (per esem­pio, stes­sa cit­tà d’o­rig­ine o di res­i­den­za) o, peg­gio, per esclu­sive oppor­tu­nità com­mer­ciali. Ben­in­te­so, anche queste sono “filosofie” del­l’arte che han­no motivi e seg­ni pre­cisi, ma esse come dire non appaiono: restano sepolte sot­to le inten­zioni dichiarate del­la rasseg­na rima­nen­do mag­a­ri anche ignote o mal­com­p­rese agli stes­si orga­niz­za­tori.
Apparirà subito del tut­to evi­dente allo spet­ta­tore, invece, il fat­to che ques­ta mostra, già dal tito­lo, nasce dichiarata­mente per sostenere una tesi, per met­tere a fuo­co, con l’ap­pog­gio probante e robus­to delle opere esposte, talune idee e giudizi che pos­sono aiutar­ci a com­pren­dere meglio e più in pro­fon­dità alcu­ni tra gli sno­di e ragioni che definis­cono la nos­tra arte attuale. Abbi­amo infat­ti riu­ni­to qui ven­ticinque artisti ital­iani d’og­gi (Daniel Bec, per la ver­ità, è francese ma vive e lavo­ra qui da noi ormai da tan­ti di quegli anni che si può tran­quil­la­mente con­sid­er­ar­lo, almeno per la pit­tura, un nos­tro con­nazionale): ven­ticinque artisti che oper­a­no su pre­sup­posti for­mali assai diver­si gli uni dagli altri, ma che pure pre­sen­tano, mal­gra­do ciò che può apparire ad uno sguar­do fret­toloso, più d’un moti­vo di con­tat­to tra loro e più di una affinità pit­tor­i­ca.
Al pun­to che si potrebbe par­lare di una sor­ta di poet­i­ca comune: di qual­cosa che non ha anco­ra le carat­ter­is­tiche ferme e pre­cise di una vera e pro­pria ten­den­za ma che, tut­tavia, si può definire ‑se amas­si­mo questo genere di for­mu­lazioni critiche — come una sor­ta di vero e pro­prio sguar­do liri­co sul­la realtà, come una sor­ta di “real­is­mo liri­co”. Come qual­cosa, cioè, che obbe­disce a spinte, pul­sioni e idios­in­crasie di tipo for­male, seg­ni­co e lin­guis­ti­co sem­pre in qualche modo fig­u­ra­tive, come si dice­va una vol­ta con ter­mine che oggi non è forse più di moda, ma che soprat­tut­to, e insieme, è atti­vo sul piano del­la qual­ità poet­i­ca del­l’e­spres­sione, sul piano cioè di una par­ti­co­lare atten­zione e ten­sione del­la sen­si­bil­ità degli autori nei con­fron­ti del­la realtà fisi­ca, fenomeni­ca, esisten­ziale che li cir­con­da.
Sono difat­ti le loro, com­p­lessi­va­mente, scelte espres­sive e poet­iche ori­en­tate ver­so una pen­e­trazione forte­mente metafori­ca, dila­tante, trasfig­u­rante del prob­le­ma del­la for­ma e dell’ espres­sione, nel fuo­co di un atteggia­men­to che si bilan­cia costan­te­mente tra la ver­ità ogget­ti­va delle cose e del­la natu­ra, vale a dire la den­sità di sim­u­lacro o di icona del­la rap­p­re­sen­tazione pit­tor­i­ca con­ven­zionale, da una parte, e, dal­l’al­tra, l’al­tret­tan­to den­sa valen­za emozionale, tes­ti­mo­ni­ale, sen­ti­men­tale che sem­pre som­muove il seg­no pit­tori­co quan­do vi sia vero tal­en­to e aut­en­ti­ca parte­ci­pazione. In altre parole, c’è in questi artisti una ten­den­za a pen­e­trare sot­to la pelle delle cose, del­la figu­ra, del­la natu­ra per farvi rea­gire sem­pre, sen­za mai abban­donarle o rimuover­le, il sen­so pal­pi­tante di uno sguar­do trasfig­u­ra­tore, di uno sguar­do lun­go capace di ogni più inaspet­ta­to briv­i­do, di ogni più inqui­etante o dolce o ambigua metaforiz­zazione.
Il loro immag­i­nario è di seg­no liri­co fino alla ver­tig­ine, fino all’af­fab­u­lazione più intimisti­ca, più incon­scia e mag­a­ri in qualche caso più metafisi­ca ma è sem­pre, anche, di seg­no rig­orosa­mente mai arbi­trario, mai eva­si­vo o sfuggente rispet­to agli aut­en­ti­ci cen­tri di grav­ità del­l’uo­mo di oggi e dei suoi des­ti­ni quo­tid­i­ani, delle sue con­trad­dizioni, delle sue sper­anze e dis­per­azioni.
Si trat­ta ben­in­te­so, dice­vo, di un real­is­mo o, meglio, di real­is­mi, sec­on­do il tito­lo del­la grande mostra parig­i­na di Jean Clair di due anni fa, che dovrem­mo scri­vere tra vir­go­lette, poichè gli slarga­men­ti liri­ci dai quali sono per­cor­si li ren­dono in qualche modo pro­fon­da­mente sogget­tivi, asso­lu­ta­mente per­son­ali e mag­a­ri anche tal­vol­ta ermeti­ci. Per quan­to ‑davvero ‑nem­meno tra i più intimisti tra di loro l’im­mag­ine è mai così impen­e­tra­bile da non pot­er essere ri-costru­i­ta e com­pi­u­ta­mente “let­ta” per il tramite del­la sen­si­bil­ità del riguardante. Ma, pro­prio per questo, si trat­ta anche di real­is­mi che pre­sup­pon­gono da parte nos­tra accosta­men­ti non effimeri, non super­fi­ciali. Che pre­sup­pon­gono e com­por­tano, insom­ma, nel­lo spet­ta­tore, atten­zione e disponi­bil­ità per una let­tura non cer­to solo estet­i­ca delle immag­i­ni e delle loro diverse vir­tu­al­ità.
Non è difat­ti solo la pit­tura, non sono solo le sue mod­u­lazioni sen­su­ose o i suoi gusti diver­si e pur deter­mi­nan­ti ad inter­es­sare questi artisti. O, almeno, non è soltan­to ques­ta la sostan­za com­p­lessi­va del­la loro appas­sion­a­ta, assor­ta, gen­erosa maniera di con­sid­er­are il mestiere dell’ artista. Al di là, dici­amo, di ciò che qual­cuno ha chiam­a­to l’”erotica” del dipin­gere, che pure è pre­sente per tut­ti loro in forme e modi ovvi­a­mente diver­si e spes­so anche ai bor­di del più sug­ges­ti­vo e affasci­nante vir­tu­o­sis­mo, il cen­tro deter­mi­nante del loro lavoro è cos­ti­tu­ito dall’ impul­so a fare del­la pit­tura un media priv­i­le­gia­to e irripetibile di rif­les­sione eti­ca, uno stru­men­to forte­mente speci­fi­co d’e­spres­sione diret­ta del cuore e del­la mente.
Questo è ciò che li inter­es­sa e che li acco­mu­na, e su questo va soprat­tut­to incernier­a­ta la loro comune ricer­ca, dagli esi­ti tan­to dif­fer­en­ti quan­to, a ben guardare, sig­ni­fica­ti­va­mente con­ver­gen­ti.
Ma anche, si deve aggiun­gere, sono pro­prio queste cose a dis­tinguer­li da una gran parte di ciò che oggi si viene facen­do in cam­po d’arte. Questi ven­ticinque pit­tori — e come loro ve ne sono altri, ben­in­te­so, che avreb­bero qui ben fig­u­ra­to se non aves­si­mo dovu­to pur dar­ci un lim­ite di spazio e di rap­p­re­sen­ta­tiv­ità — sono infat­ti pit­tori che si por­tano dietro e den­tro le ragioni di una forte e doc­u­mentabile polem­i­ca nei con­fron­ti dell’ attuale sis­tema artis­ti­co, delle sue” mode” cor­ren­ti e ricor­ren­ti, dei suoi oppor­tunis­mi, delle sue eroiche meschiner­ie e piag­gierie, delle sue eva­siv­ità e delle sue trame e tram­ette, oscure o pale­si che siano. E las­ci­amo lon­tane — per car­ità! — da questo dis­cor­so la polit­i­ca o l’ide­olo­gia, che non han­no, almeno nel­l’am­bito che questo com­men­to si è dato, atti­nen­za imme­di­a­ta. E’ però cer­to che in questi ulti­mi anni il liv­el­lo qual­i­ta­ti­vo degli atteggia­men­ti cor­rente­mente prat­i­cati nel­l’arte ital­iana (e non solo) s’è purtrop­po adegua­to all’an­daz­zo di tut­ta la nos­tra vita cul­tur­ale e civile, mutuan­done mod­el­li di com­por­ta­men­to che badano più ai val­ori del suc­ces­so imme­di­a­to, o dici­amo del con­sen­so ad ogni cos­to, che a quel­li di una più fati­cosa, più sof­fer­ta per­ti­nen­za ide­ale e poet­i­ca. L’ef­fimero, il trasformis­mo esteti­co, il tran­si­to­rio, il super­fi­ciale det­tano legge: diven­gono arte “uffi­ciale”, men­tre ciò che ha sapore d’im­peg­no, di ricer­ca seria sug­li sno­di aut­en­ti­ci del­l’uo­mo d’og­gi e dei suoi prob­le­mi, mag­a­ri rimossi ma non risolti, viene di nor­ma con­sid­er­a­to, nel migliore dei casi, come una sor­ta di roman­ti­ca soprav­viven­za di atteggia­men­ti che non han­no più ragione d’essere.
Il liris­mo e la realtà sono difat­ti, per i nuovi maitres a penser del­la crit­i­ca e dell’ arte, qual­cosa di irri­me­di­a­bil­mente super­a­to, di vec­chio, di inutile. E dunque gli artisti che pre­sen­ti­amo, a com­men­to con­cre­to del sag­gio qui pub­bli­ca­to, con le loro pre­oc­cu­pazioni, con il fas­ci­no stra­or­di­nario delle loro immag­i­ni pro­fon­da­mente com­pro­messe con la realtà delle cose, con quel­la loro var­ie­ga­ta e com­p­lessa e prob­lem­at­i­ca volon­tà o des­ti­no di “con­tin­uare” ciò che la grande pit­tura euro­pea ave­va com­in­ci­a­to almeno dal Rinasci­men­to, ci appaiono e sono artisti polemi­ci, artisti in qualche maniera con­tro, inelut­ta­bil­mente avver­si agli ori­en­ta­men­ti oggi criti­ca­mente prevalen­ti in questo cam­po.
Questo, in defin­i­ti­va, è il ter­reno che li unisce. Un ter­reno tan­to più poet­i­ca­mente e cul­tural­mente ever­si­vo, con­tes­ta­ti­vo e polemi­co nei con­fron­ti degli ori­en­ta­men­ti cul­tur­ali prevalen­ti quan­to più recu­pera la sovrana speci­ficità di uno sguar­do liri­co sul mon­do e sulle sue immag­i­ni, sul­l’in­trec­cio emozio­nante tra la vita e l’uo­mo, le sue con­trad­dizioni e le sue speranze.

PREMIO VASTO
d'Arte contemporanea
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