1997

XXX EDIZIONE

19 Luglio - 31 Agosto 1997

FIGURE INQUIETE

a cura di Enzo Di Martino

Pre­mes­sa
Alcu­ni anni orsono, men­tre scrive­vo la sto­ria del­la cen­te­nar­ia isti­tuzione artis­ti­ca veneziana, ho lavo­ra­to breve­mente ad un prog­et­to di libro che dove­va avere per tito­lo “Gus­to, crit­i­ca e mer­ca­to alla Bien­nale di Venezia”.

Il prog­et­to si inter­ruppe per l’im­pro­visa scom­parsa di Ettore Gian Fer­rari, che per alcu­ni decen­ni ave­va gesti­to l’uf­fi­cio ven­di­ta del­la Bien­nale, ed era dunque in gra­do di fornir­mi le infor­mazioni ed i dati di pri­ma mano sulle “diver­gen­ze storiche” tra le asseg­nazioni dei pre­mi, cioè l’at­teggia­men­to del­la crit­i­ca, e le reazioni del mer­ca­to dell’arte.

È un lavoro che bisognerebbe comunque fare nel futuro, esten­den­do l’indagine anche ai cosid­det­ti “pre­mi stori­ci” di pit­tura che han­no carat­ter­iz­za­to la sce­na del­l’arte ital­iana negli ulti­mi cen­to anni.

Queste rasseg­ne, gran­di e pic­cole, han­no infat­ti incro­ci­a­to i più impor­tan­ti momen­ti stori­ci ed i più sig­ni­fica­tivi pro­tag­o­nisti del­l’arte ital­iana del sec­o­lo, in par­ti­co­lare nel dopoguerra.

Svol­gen­do un ruo­lo impor­tante, sep­pure giun­gen­do spes­so in ritar­do rispet­to agli appun­ta­men­ti del­la sto­ria ed alla doc­u­men­tazione delle emer­gen­ze in atto nel­la ricer­ca artis­ti­ca con­tem­po­ranea del tempo.

Alla pri­ma Bien­nale di Venezia del 1895 ven­nero infat­ti pre­miati l’abruzzese Francesco Pao­lo Michet­ti e Gio­van­ni Segan­ti­ni quan­do l’Im­pres­sion­is­mo francese ave­va già esauri­to la sua spin­ta di rin­no­va­men­to, men­tre nel 1940 il pre­mio per la scul­tura andò non a caso ad Arno Breck­er, l’artista prefer­i­to da Hitler.

All’in­do­mani del­la Lib­er­azione, nel 1948, i riconosci­men­ti ven­nero final­mente e sig­ni­fica­ti­va­mente asseg­nati, con grande ritar­do, ad artisti quali Braque, Moore, Moran­di, Manzù e Chagall.

Si trat­ta­va, come si vede, di scelte che con tut­ta evi­den­za rispon­de­vano alla situ­azione cul­tur­ale del tem­po.
Anche il Pre­mio Vas­to non è sfug­gi­to a ques­ta “divar­i­cazione” tra sto­ria e con­tem­po­raneità, ma sarebbe un errore val­utare le rasseg­ne ed i pre­mi soltan­to in ques­ta otti­ca particolare.

La ver­ità, invece, è che così come la Bien­nale di Venezia, nel bene e nel male, ha fat­to conoscere la “moder­nità del­l’arte” in Italia, così il Pre­mio Vas­to ha cer­ta­mente con­tribuito alla cresci­ta del­la “cul­tura fig­u­ra­ti­va” dei suoi cittadini.

E questo, a ben vedere, cos­ti­tu­isce di per sé un’ot­ti­ma moti­vazione per con­tin­uare il dif­fi­cile per­cor­so inizia­to nel lon­tano 1959.

Le figure inquiete, !‘inquietudine delle fiqure

Per molto tem­po la figu­ra ha occu­pa­to una posizione di cen­tral­ità nel lin­guag­gio del­l’arte per­ché era la sola maniera conosci­u­ta per fare emerg­ere e man­i­festare l’im­mag­i­nario più pro­fon­do, potente e rad­i­ca­to dell’uomo.

Nel­la preis­to­ria essa cos­ti­tu­i­va il modo di conoscere ed esor­ciz­zare il peri­co­lo, gli ani­mali aggres­sivi, men­tre nel­l’era mod­er­na seg­na l’inizio di quel­la che chi­ami­amo la “civiltà delle immag­i­ni”, dimen­ti­can­do, in ques­ta con­sid­er­azione, che a quel tem­po gran parte delle per­sone non sape­va leggere.

Anche il lin­guag­gio del­l’arte occu­pa­va allo­ra una posizione di cen­tral­ità nel­la vita del­l’uo­mo, per­chè è attra­ver­so di esso che veni­vano “rac­con­tate” le gran­di sto­rie civili e reli­giose e for­ni­ti volti “cred­i­bili” ai pro­tag­o­nisti di quelle storie.

Ma igno­ri­amo spes­so che le fig­ure sono anche “por­ta­tri­ci di seduzione ed abbaglio”, risul­tano a volte illeg­gi­bili e perfi­no ingan­nevoli, come dimostra, per fare due soli esem­pi, il per­sis­tente mis­tero del­la “Melan­co­l­ia di Dor­er” o de “La tem­pes­ta” del Giorgione.

La ver­ità è che a volte “cre­di­amo” di pot­er leg­gere le fig­ure, ci illu­di­amo di decifrarne le apparen­ze, sen­za pen­sare che “l’arte non trat­tiene il suo lin­guag­gio sul piano del­la comu­ni­cazione comune, non par­la attra­ver­so maschere che apparten­gono al quotidiano”.

Le fig­ure del­l’arte, in realtà, sono sem­pre in qualche maniera dis­tur­ban­ti per­ché con­sentono l’ap­parizione di un immag­i­nario inconosci­u­to, sepolto nel­la nos­tra coscienza.

Quan­do infat­ti non si ver­i­fi­ca ques­ta con­dizione di allarme vuoi dire che esse sono sem­plice­mente mimetiche di qual­cosa che già conos­ci­amo e non provo­cano dunque alcun stu­pore, dan­do sem­mai una sen­sazione fal­sa­mente ras­si­cu­rante. Le fig­ure del­l’arte han­no invece lo scopo di provo­care una divar­i­cazione tra la tran­quil­lità del­la comu­ni­cazione visi­va quo­tid­i­ana e la “tur­bolen­za” del­lo sti­mo­lo poetico.

Ecco per­ché esse non sop­por­tano l’in­dif­feren­za e recla­mano anzi una sor­ta di assun­zione di respon­s­abil­ità da parte dei riguardan­ti che ven­gono per tale via mes­si con le spalle al muro, dinanzi ad un even­to visi­vo inat­te­so e sor­pren­dente, stupefacente.

Ques­ta situ­azione si è com­pli­ca­ta nel nos­tro sec­o­lo con l’avven­to del­la psi­canal­isi freudi­ana e la pre­sa di coscien­za di quel­la che chi­ami­amo sur­re­altà. In effet­ti quel­la sor­ta di “big-bang” del­la comu­ni­cazione visi­va che ha “fran­tu­ma­to” i lin­guag­gi del­l’arte in tante schegge dirette con­tem­po­ranea­mente ver­so moltepli­ci direzioni era già avvenu­to e gli artisti si era­no già impos­ses­sati del­la visione inoggettiva.

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È tut­tavia il Sur­re­al­is­mo — l’ul­ti­ma delle avan­guardie storiche e dunque per cer­ti ver­si un movi­men­to di ritorno all’or­dine — che ripor­ta la figu­ra nel­la sua orig­i­nar­ia posizione di cen­tral­ità, des­ti­na­ta però, ques­ta vol­ta, a “rap­p­re­sentare” ciò che non si vede, l’in­vis­i­bile, met­ten­do esplici­ta­mente in gio­co l’eros, facen­do divenire pro­tag­o­nista il mis­terodel­l’Es al pos­to del­l’Ego che è invece atten­to a “imporre i buoni dirit­ti del­l’e­cono­mia, del­l’­ef­fi­cien­za, dell’ordine”.

A ben vedere questo aspet­to inqui­etante del­la fig­u­razione è pre­sente nel­la sto­ria del­l’arte da almeno cinque sec­oli ‑da Bal­dung Grien a Hierony­mus Bosch, da William Blake a Odilon Redon ‑ma è con il Sur­re­al­is­mo che “l’in­con­scio tro­va final­mente voce in ter­mi­ni visivi sec­on­do vie diverse e con­trastan­ti” e con una con­sapev­olez­za perfi­no pre­cisa­ta in ter­mi­ni teorici.

Con­fig­u­ran­do così una strate­gia espres­si­va che con­sid­era la “rif­les­sione onir­i­ca” come il ter­reno di ricer­ca più profi­c­uo per la man­i­fes­tazione visi­va del­l’in­con­scio, quel­lo per­son­ale del­l’artista e quel­lo del­l’im­mag­i­nario col­let­ti­vo. Giun­gen­do per tale via ad una sor­ta di “tur­bolen­za” del­la figu­ra che non cor­risponde più alle attese del riguardante, ma cela invece sot­to le apparen­ze ele­men­ti di dis­tur­bo, aspet­ti perfi­no minacciosi.

“Il fan­tas­ti­co, è sta­to infat­ti det­to, com­in­cia a delin­erasi nel­lo stu­pore ed ha la sua com­pi­utez­za nel­lo spaven­to”.
Nascono così le fig­ure inqui­ete e si man­i­fes­ta in tale maniera l’in­qui­etu­dine delle figure.

Gli artisti in mostra

Le immag­i­ni degli artisti pre­sen­ti qui a Vas­to, pur essendo tutte ricon­ducibili all’in­ter­no di una vas­ta area defini­bile per l’ap­pun­to delle “fig­ure inqui­ete”, risul­tano in realtà molto diverse sia sul piano stret­ta­mente ideati­vo che su quel­lo pro­pri­a­mente visivo.

Apparten­gono ad un ver­sante di appar­ente “Ieg­gi­bil­ità” imme­di­a­ta, ad esem­pio, quelle di Bod­i­ni, Bonichi, Ercole, Quet­glas e Velas­co, sebbene cias­cu­na di esse risul­ti attra­ver­sa­ta da fremi­ti seg­reti, nascosti sot­to la pelle del­la pittura.

Altri artisti, al con­trario, avvertono mag­gior­mente la seduzione del col­ore e paiono a volte diriger­si ver­so derive infor­mali all’in­ter­no delle quali è pos­si­bile tut­tavia rin­trac­cia­re i lin­ea­men­ti di accadi­men­ti fig­u­ra­tivi sot­ter­ranei, come nel caso di Cal­abria, Savinio e Vaccarone. 

Alcu­ni di essi — pen­so a Gian­ca­te­r­i­mo e Pel­le­gri­ni — man­i­fes­tano fig­ure impreg­nate di sot­tile iro­nia ed incan­ta­to liris­mo, men­tre per­son­ag­gi come Fidu­cia dichiara­no una sor­ta di “cat­tive­ria espres­si­va” prove­niente dal­l’im­por­tante espe­rien­za del­la comu­ni­cazione visi­va all’aper­to nel nos­tro tempo.

Basaglia ed Eulisse apparten­gono invece ad una fig­u­razione epi­ca con accen­ti a volte dram­mati­ci, men­tre lot­ti affi­da alla cen­tral­ità del­l’eros l’e­sisten­za e la resisten­za delle sue immagini.

Una atmos­fera not­tur­na avvolge i pae­sag­gi e le apparizioni di lig­aina e, infine, più pro­pri­a­mente inqui­eti, a volte minac­ciosi e minac­ciati, risul­tano le fig­ure di Vac­chi e di Vangi.

Si trat­ta come si vede di un ven­taglio ideati­vo ed espres­si­vo estrema­mente ampio e com­p­lesso ricon­ducibile nel­l’in­sieme ad una comune con­dizione esisten­ziale, inqui­eta ed allarmante. 

Con­fig­u­ran­do per tale via una situ­azione che induce a rif­les­sioni perfi­no angos­cianti sulle illeg­gi­bili ansie e sulle pau­re che assil­lano l’uo­mo del nos­tro tempo.

Le figure agitate di Guidi

Il tito­lo di ques­ta rasseg­na prende le mosse pro­prio da alcu­ni lavori di Vir­gilio Gui­di la cui opera pit­tor­i­ca si è sem­pre man­i­fes­ta­ta, fin dal­la gio­vanile sta­gione romana, nel seg­no di una inqui­etante atmos­fera di sapore metafisico.

Dalle “Vis­ite” degli anni Dieci ai pri­mi “Incon­tri” degli anni Trenta, dalle “Fig­ure nel­lo spazio” iniziate la fine degli anni ’40 alle “Fig­ure agi­tate” ed alle “Pit­ture bianche” degli ulti­mi anni — all’in­ter­no delle quali emerge il ciclo de “L’uo­mo e il cielo” ‑tut­to il mon­do immag­i­na­ti­vo di Gui­di, che pure a volte ha sfio­ra­to la pura astrazione ‑pen­so alle “marine spaziali” ed alle “ango­scie” — si è man­i­fes­ta­to nel seg­no di una fig­u­razione inqui­eta ed allarmante.

In par­ti­co­lare le “Fig­ure nel­lo spazio”, riv­e­late clam­orosa­mente alla Bien­nale di Venezia del 1948, cos­ti­tu­is­cono forse il momen­to più alto del­la rif­les­sione di Gui­di attorno all’uo­mo ed alla pittura.

“Le sue immag­i­ni ‑scrive in ques­ta stes­sa occa­sione Toni Toni­a­to, conosc­i­tore del­l’­opera guid­i­ana — risul­ter­an­no sem­pre più fan­tas­matiche, sagome spet­trali protese in un ondeg­gia­men­to su spazi infini­ti, scor­po­rate apparen­ze di un indi­ci­bile moto del­la luce su se stessa”.

L’uomo e la luce sono sta­ti infat­ti i due nodi più insi­ti­ti e rad­i­cali del pen­siero di Gui­di, entram­bi “vis­su­ti” con una inqui­etu­dine pro­fon­da che, nel cor­so di un itin­er­ario espres­si­vo che ha “attra­ver­sato il sec­o­lo”, non si è mai alleg­geri­ta né sopita.

“Il pen­siero guid­i­ano attorno al prob­le­ma del­la luce — scrive anco­ra Toni­a­to — è sta­to un assil­lo di metafisi­ca inter­rogazione sul sen­so del­l’essere, del­l’uo­mo ed insieme dell’universo”.

Per­ché la ver­ità è che tut­ta l’opera pit­tor­i­ca di Vir­gilio Gui­di non si è mai man­i­fes­ta­ta “soltan­to in super­fi­cie” — e questo spie­ga anche certe nat­u­rali incom­pren­sioni del­la crit­i­ca d’arte — ma piut­tosto all’in­ter­no del­la stes­sa pit­tura inte­sa come uni­ca pos­si­bil­ità di man­i­festare il vis­i­bile e l’in­vis­i­bile, la sola maniera di inter­rog­a­r­si sul mis­tero del­la vita e del­l’uo­mo, sul­l’ir­risolto ed ansiogeno sig­ni­fi­ca­to dell’eternità.

La pittura e il male

“La pit­tura da cav­al­let­to, ha scrit­to Jacques Hen­rich, esige tut­t’al­tro gesto, tut­t’al­tro tipo di inves­ti­men­to ‑di relazione sogget­ti­va con le forme ed i col­ori — da quel­li sus­ci­tati dal lavoro di affres­chisti, mini­a­tori, dec­o­ra­tori e scultori”.

Quan­do la pit­tura scende dal muro, entra nel­lo stu­dio del­l’artista e si deposi­ta sul­la tela nel cav­al­let­to, scrive il pen­satore francese, il male ed il malessere entra­no nel suo lavoro, l’in­qui­etu­dine irrompe nelle sue immag­i­ni che smet­tono di essere “una lode a Dio”.

È una rif­les­sione dev­as­tante, dolorosa e tut­tavia nec­es­saria per capire tut­ta l’in­qui­etu­dine che attra­ver­sa la sto­ria dell’arte.

“Il pit­tore sco­pre, a mano a mano che strap­pa dal­la tela la pelle del mon­do e la pro­pria, scrive anco­ra Hen­ric con dis­per­ante lucid­ità, che il mon­do è solo un immen­so mal­in­te­so, che dare la vita è portare la morte, ali­menta­re l’in­ter­minabile carn­efic­i­na che si chia­ma esistenza”.

La ricer­ca di un’arte ras­si­cu­rante che in cer­ti peri­o­di stori­ci è sta­ta fat­ta non con­duce del resto a nes­sun appro­do sicuro per­ché anche nelle a volte “incom­pren­si­bili” tes­ti­mo­ni­anze del­l’arte del nos­tro tem­po — pen­so al pavi­men­to fran­tu­ma­to di Hans Haacke nel padiglione tedesco del­la Bien­nale de! 1993 — è invece pos­si­bile leg­gere la metafo­ra del dis­a­gio esisten­ziale dell’uomo.

“Fig­ure Inqui­ete” qui a Vas­to vuole allo­ra essere, con tut­ta evi­den­za, il ten­ta­ti­vo di una indagine sul­la pit­tura di figu­ra del nos­tro tem­po, quel­la più esplici­ta­mente por­ta­trice delle ansie e delle inqui­etu­di­ni del­l’uo­mo contemporaneo.

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